Le riforme portate a termine da Diocleziano

L’organizzazione dell’impero romano continuò invariata, o quasi, per moltissimi anni, fino all’arrivo dell’imperatore Diocleziano, il quale decise di avviare una riforma sostanziale dell’impero, in modo da garantirne una gestione più accurata. Questa riforma è conosciuta universalmente come Tetrarchia (284-305). L’imperatore decise di dividere il territorio appartenente all’impero in quattro parti distinte. Ad ogni territorio specifico vennero assegnati due Augusti (e due Cesari) ai quali vennero concessi i poteri amministrativi e i compiti di difesa del territorio.

Quando i due Augusti morivano, o abdicavano, erano i due Cesari a divenire Augusti, e loro stessi erano incaricati di designare i due nuovi Cesari. Attorno al 290, l’imperatore Diocleziano decise un ulteriore suddivisione dell’impero romano, creando circa cento province distinte. Tra queste alcune erano parte del territorio italiano attuale, e divennero loro stesse province, anche se questo termine non venne mai utilizzato per le aree interne alla penisola.

Susseguentemente le province vennero raggruppate in diocesi (originariamente 12), ognuna di queste governata da un vicario. Era proprio questa figura a controllare i governatori delle differenti province (denominati in differenti modi nel corso del tempo: proconsules, praesides, correctores, consulares). Sempre il vicario veniva chiamato in causa dopo il primo grado dei processi, nel caso fosse necessario giudicare in appello delle cause sottoposte alla giurisprudenza romana. Le parti sotto processo avevano la facoltà di appellarsi al prefetto, oppure al vicario.

Il vicario non esercitava alcun potere militare, dato che il comando delle milizie presenti all’interno della diocesi, era affidato a un comes rei militaris, il quale sottostava direttamente agli ordini del magister militum e sotto di lui si trovavano i duces, coloro che gestivano il comando delle milizie all’interno delle province.